BODIFICATION il corpo come oggetto culturale

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Venerdì 18 marzo alle ore 18, inaugura al DoubleRoom arti visive di Trieste, “BODIFICATION il corpo come oggetto culturale”, un’ampia collettiva dedicata alle modificazioni del corpo contemporaneo, trasformazioni che rendono sempre più complessa e frammentaria una possibile ricostruzione e ridefinizione del corpo d’oggi. Le efficaci rappresentazioni in mostra, attraverso vecchi e nuovi media, indagano i nuovi significati e i nuovi limiti del corpo umano con immagini che seducono l’occhio e che restituiscono le mutazioni del singolo e i cambiamenti della società contemporanea, percezioni e processi che sviluppano e offrono il corpo sempre più come oggetto culturale e progetto sociale. L’esposizione, curata da Massimo Premuda e realizzata in collaborazione con COLLAAB, Combiné, Gruppo78 e Simona Schiavi Art Gallery, presenta sei artisti focalizzati sull’interesse per il nostro involucro terreno che va dagli spettacolari quadri di Raffaella Busdon alle delicate foto di Nika Furlani, dagli spiazzanti video di Chiara Mazzocchi alle forti immagini di Roberto Peccianti, dagli inquietanti quadri di David Dalla Venezia fino alle divertite foto di Davide Maria Palusa.

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In mostra i quadri di Raffaella Busdon che costituisce addirittura una seconda pelle su cui tatuare i contrasti più allarmanti della nostra società. La rigorosa ricerca pittorica della Busdon, tutta tesa alla sperimentazione di nuove tecniche e materiali, fa emergere opere di grandi dimensioni in cui la pittura ad olio su policarbonato va ad aderire come una lucida e trasparente fotografia ai collage di ritagli di giornale con scottanti fatti di forte attualità. Veri e propri “Innesti” in cui sui giovani d’oggi vengono impressi immagini di guerra e religione, premonitori di scelte di vita, e come scrive Maria Campitelli: “E di innesti veramente si tratta, immettendo nei giovani corpi classicamente concepiti, immaginari estranei: fiori, esplosioni, moschee, portaerei… che imprimono una sorta di marchio di riconoscimento, indicano un filone, un orientamento da coltivare che diventerà scelta di vita. Sono le primavere che si affacciano sul percorso esistenziale tutto da compiere. Giovani dunque con il destino impresso nel corpo…”

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Apparentemente simile, ma diametralmente opposta, è invece “Herbarius”, il ciclo fotografico di Nika Furlani che, in una ricerca simbiotica fra corpo umano e natura, elabora nudi contemporanei su cui proietta in presa diretta con l’ausilio dell’episcopio, elementi vegetali e floreali che risvegliano sulla pelle nuda percorsi esistenziali e ricordi primordiali legati a un inconscio ormai sopito. E come sottolinea Katarina Sadovski: “Il fulcro della sua espressione fotografica è rappresentato dal corpo, ornato da frammenti estratti dalla natura che evocano dei frattali e ci introducono in una dimensione senza tempo. Per quest’artista, il corpo umano è l’elemento compositivo centrale, fortemente ancorato al fondo della fotografia, al quale Nika conferisce una dimensione senza tempo sottraendogli lo sfondo. In questo modo, il corpo non è più definito né dal luogo, né dal tempo, e gli osservatori vengono introdotti nel mondo lirico e ideativo della fotografa.”

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E sempre della relazione fra corpo e natura, ma decisamente in chiave simbolica e concettuale, ci parla anche la videoartista e performer Chiara Mazzocchi che, attraverso i suoi “Selfportrait”, lungo ciclo di appunti video in forma di autoritratto, ci indica un corpo che vuole caparbiamente rifiorire. “Bloom again” (sbocciare di nuovo) e “Flower” sono dei video stratificati di messaggi e significati che sommano l’azione performativa dell’artista con la sua restituzione in immagini in movimento. Nel primo video il viso dell’artista, completamente ricoperto da mazzi di fiori che provengono dai flutti del mare, ci proietta in una sorta di ri-nascita di Venere, mentre nel secondo l’estrema simbiosi dell’artista con la natura ostruisce le aperture del suo corpo rendendola incapace di comunicare con i suoi simili e l’esterno se non attraverso il puro gesto.

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Se la Mazzocchi ci fa riflettere sulla ridefinizione dell’individuo con il suo corpo, Roberto Peccianti ci parla invece del corpo senza il corpo. Le sue immagini fotografiche sono potenti ed evocative, sembra quasi di trovarsi sulla scena di un crimine, in cui pochi elementi: una parrucca, un paio di scarpe, una cintura e un posacenere, evocano corpi e presenze, e azioni da poco terminate. Le foto di Peccianti, dal forte immaginario feticistico, ci parlano di ciò che resta e presentano chiari elementi maschili e femminili che sembrano non incontrarsi e non dialogare se non nella reciproca adorazione; oggetti in attesa di essere utilizzati che, come nel caso del feticismo, spostano l’interesse dalla persona viva nella sua interezza a un suo sostituto: una parte del corpo, un indumento, o qualsiasi altro oggetto inanimato.

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E analogamente si muove anche David Dalla Venezia con i suoi dipinti che, come nelle nature morte seicentesche, trasformano il particolare in protagonista, elevando le diverse parti anatomiche alla stessa dignità di una persona: una mano, un ventre, un braccio, un pene o un piede. Un corpo fatto a pezzi, o sempre in chiave feticistica, un singolo particolare che assurge al totale? Particolari anatomici emergono da fondi scuri colpiti da luci teatrali disorientando lo spettatore, colpi di riflettori caravaggeschi che fanno assurgere loro nuovi significati proprio perchè decontestualizzati dal corpo e, proprio come in un ready-made, una parte del corpo abituale, come tutti noi lo conosciamo, viene isolata dal suo contesto funzionale, defunzionalizzato e rifunzionalizzato tramite il solo atto di selezione dell’artista.

In questa direzione, ma decisamente in chiave pop e divertita, si muove Davide Maria Palusa che chiude la mostra con una ricerca fotografica al limite della grafica. Una serie ironica, ma inquietante, di particolari anatomici viene catturata, elaborata e moltiplicata all’infinito in un gioco caleidoscopico di immagini che amplificano e catturano lo spettatore, e allo stesso appiattiscono l’esplosiva carica vitale del corpo in una texture che diventa estetica e ornamento, quasi mattonelle da bagno pronte a strizzarci l’occhio mentre siamo sotto la doccia. Palusa ci fa riflettere così in modo del tutto ironico sull’indigestione di immagini del corpo umano, e suoi derivati, di cui ci bombardano ogni giorno i nuovi e vecchi media, creando reazioni contrarie, che vanno dalla cieca attrazione fino a un’appassionata repulsione.

18 marzo > 27 maggio 2016
BODIFICATION
il corpo come oggetto culturale
Raffaella Busdon, David Dalla Venezia, Nika Furlani,
Chiara Mazzocchi, Davide Maria Palusa, Roberto Peccianti
a cura di Massimo Premuda
in collaborazione con COLLAAB, Combiné, Gruppo78, Simona Schiavi Art Gallery
con l’adesione di Casa dell’Arte

DoubleRoom arti visive
via Canova 9, 34129 Trieste
lunedì > venerdì 17-20
349 1642362 – doubleroomtrieste@gmail.com

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