STANZE PRIVATE ED ALTRI CONTESTI PUBBLICI di Fabio Bozzato

 
Ci sono voluti vent’anni, e la caparbietà un po’ pazza di un giovane ricercatore, Federico Zappino, per poter avere la traduzione di uno dei libri-madre della cultura queer, Epistemology of the closet, di Eve Kosofwsky Sedgwick (in italiano Stanze Private, Carocci Editore). Era il 1990 quando uscì negli Usa e di lì a poco sarebbe stato pubblicato anche l’altro caposaldo, Scambi di genere di Judith Butler. Uno puntava al cuore dei processi di costruzione della sessualità, l’altro del genere. Irrompevano nell’ordine del discorso pubblico, claustrofobicamente eteronormativo. Alzavano il sipario su un altro scenario possibile, dove rimanevano nude tutte le verità impossibili sull’architettura dei desideri.

Ormai sappiamo che i processi identitari si costruiscono per innesti, imprevisti, lente sedimentazioni e micro-fratture. Ne conosciamo la dinamica performativa e l’aspetto rizomatico. Non possiamo fingere di non conoscerne «il carattere indiretto, instabile e transitivo», come scrive Zappino nella post-fazione al lavoro di Sedgwick, la cui «concezione dell’identità come evento politico, affettivo e cognitivo, relazionale e relativo, mette a ferro e a fuoco i regimi di conoscenza e di verità che esigono identità pubbliche, monolitiche e immutabili». Lei stessa se lo può permettere, lasciandoci nel libro le tracce di un auto-ritratto, come donna, donna obesa, femminista, ebrea, che si percepisce come eterosessuale, che ha fatto l’amore solo con un uomo, suo marito. E che sperimenta un’osservazione così profonda sul nostro mondo perché, essendo «collocata in una relazione obliqua rispetto all’identità disvelata – scrive lei – quella posizione mi sembrò troppo irresistibile per rinunciarvi».

Da lì in poi, il fiorire del queer avrebbe scompaginato l’immacolata concezione della biologia dei corpi e della teologia delle categorie identitarie, nel cortile innaturale del maschile e del femminile. Da allora, persino il pensiero della differenza e il comunitarismo minoritario gay sarebbero stati messi sottosopra e non in modo gentile, così che anch’essi hanno ricambiato con altrettanta ostilità. Ma è stata una salvezza quello svelamento anti-identitario che si chiama queer. E’ stata la critica radicale alla forbice sdentata di tutte le coppie concettuali gemelle e apparentemente neutre, pubblico/privato, segreto/rivelazione, conoscenza/ignoranza, salute/malattia, e dell’intera macchina binaria di opposti su cui si è costruito l’ordine sociale e culturale, a cominciare, come sottolinea Zappino, «dalla pervasività e al contempo la vacuità del binarismo che li lega tutti: eterosessuale/omosessuale».


In queste due decadi sono successe molte cose, persino l’apparire di un approccio post-queer. Eppure quel libro di Eve Sedgwick è per noi una sventagliata di aria fresca. Viviamo prigionieri di un Paese che rivendica la sua arretratezza ormai surreale in tema di diritti di cittadinanza, tanto che deve venire l’ambasciatore americano al Gay Pride, com’è prassi nei Paesi a rischio democratico. Abbiamo sgualcito le pagine dell’abbecedario in tema di corpi, identità, sessualità. Di libertà. Abbiamo diserbato il paesaggio culturale da quel lessico sentimentale e civile, come fosse erba infestante.

E d’altra parte ci siamo pure costruiti in questi vent’anni un movimento gay e lesbico incapace di condurre un’efficace battaglia sui diritti civili, che non fosse una sudditanza al paternalismo tossico dei suoi referenti politici, figurarsi se era in grado di accendere e di utilizzare macchine desideranti di immaginari. Come se la montagna di lavori che comunque sono stati prodotti e circuitati, tra ricerche, film, letterature e pratiche artistiche, fossero tutti rimasti nel recinto dell’inutilizzabile e del fastidioso e dell’inutile.  Come se al movimento gay non fosse servito politicamente avere uno dei migliori film festival come quello di Torino o uno strepitoso queer art contest come il Gender Bender di Bologna e centinaia di eventi d’arte che insistono ad emozionarci, come questo, coreografato da Massimo Premuda. Come se lo spartito culturale gay (quello visibile è quasi mai lesbico o transgender, peraltro) si fosse inceppato nell’autismo divulgativo dei Cecchi Paone o in quella forma di patetico glamour (e a volte sottilmente misogino) di dare magari un premio al miglior film “omosessuale” passato su di un qualche red carpet. Omosessuale, appunto, così che ci ritroviamo a reiterare lo stesso archivio lessicale di fine Ottocento, con l’ombra lunga di patologia e di ambiguità che lo ha ingravidato.


Siamo talmente intossicati dagli steroidi culturali ed insonorizzati dagli stereotipi sociali propinatici dal mercato di impresari gay, che è come se in questi vent’anni avessimo perso persino la potenza di fuoco dell’ironia. Esibiamo le grandi borse di pelle all’avambraccio senza goderne lo sberleffo transgender, ma ci guardiamo attorno esattamente come farebbe una signora borghese con il suo Gucci vero o una qualsiasi coatta con il suo Vuitton falso.

Abbiamo devitalizzato persino la provocazione normale delle nostre famiglie arcobaleno e delle nostre mamme agedo; le portiamo in processione con il tic di voler ricostruire un ordine, dove la ricomposizione familiare riprodurrebbe un surplus di autorevolezza di fronte ad un celibato desueto rimasto inceppato nella macchina infertile dei nostri corpi. Agitiamo nonne e bimbi, esattamente come solo i capelli bianchi dell’unica deputata che si dichiara lesbica hanno ispirato la cronista politica a scriverle un libro con la partitura di un melodramma.


D’altra parte, in questi vent’anni non siamo mai riusciti ad allungare la mano per accendere una luce nelle dark room dove ci siamo rinchiusi, né ad aprire una finestra in uno di quegli sgabuzzini sudati dove ci siamo rincorsi con o senza asciugamano. Oggi, che le saune sembrano vivere un tramonto nel gay way of life, e sembrano tornati di moda i vecchi cinema a luci rosse, il discorso non appare cambiato. E’ sempre una serie di closet di cui dobbiamo parlare, appunto, per tornare ad Eve Sedgwick. Che è l’armadio del nascondimento e il batticuore familiare e sociale del gesto di aprire le sue ante lamentose. Quell’armadio sono in realtà stanze private, piccole e buie da cui siamo usciti terrorizzati, ma che abbiamo scoperto poter essere persino nascondigli grandi e luminosi, come ci raccontano i “vecchi” omosessuali e i giovanissimi “post-gay”, per entrambi i quali il coming-out è un rito vintage e comunque un ricordo post-trauma della generazione di mezzo.

Come nel libro di Eve Sedgwick viviamo in stanze cresciute fra pubblico e privato, come le “corti” nello spazio urbano veneziano, che sono anch’esse un set di segreti, sospetti e rivelazioni e luoghi dell’economia dell’intimità. Sedgwick nel suo libro le attraversa utilizzando alcuni romanzi-chiave di fine Ottocento, per smascherare e disinnescare le trappole della costruzione identitaria che hanno ritmato l’ordine e il disordine pubblico e privato. Noi potremmo fare lo stesso, se solo attingessimo all’immaginifico patrimonio di pratiche artistiche che abbiamo di fronte.


“Siamo in un periodo di transizione” ci ricorda Premuda e lui ci prende la mano e ci accompagna attraverso alcuni registri taciuti del divenire, del rinascere, dell’apparire, del transito, appunto. Ci dice che possiamo attraversare quello spazio di cui siamo fatti (compreso quello di cui vorremmo essere fatti), magari aprendo le porte di armadi di cui abbiamo dimenticato l’esistenza, entrando in altre stanze private di interesse pubblico. Il queer, lasciatoci in eredità dalle matriarche, oggi ci permette di guardare persino oltre il terreno dei corpi, profondamente indagati, esibiti, vivisezionati, performati, mascherati, tumefatti, violati, adulterati, per inoltrarci chissà, nell’indicibile, nell’invisibile, nel percepito, nel contiguo. Come nelle performance di Nicholas Hlobo. O nella potenza della parola di Pedro Lemebel. O nelle visioni «de lo impuro y lo contaminado» dei peruviani del Micromuseo. E in tutti coloro che dell’immaginario e delle sue fonti ne utilizzano il potenziale sovversivo e liberatorio.

Fabio Bozzato

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